C’è una domanda che, prima o poi, raggiunge il cuore umano: per che cosa sono qui? Possiamo cercare di rispondere in molti modi. Forse pensando a ciò che sappiamo fare, a ciò che ci piace, a ciò che ci commuove, alla professione che desideriamo esercitare o alla forma di vita che sogniamo. Tutto questo è importante. Ma forse la domanda più decisiva non è «che cosa voglio fare della mia vita?», bensì un’altra, molto più profonda: «Signore, per chi è la mia vita?». È qui che comincia il territorio della vocazione in senso cristiano.
Perché la vocazione non consiste semplicemente nello sviluppare le nostre capacità, anche se le comprende. Non significa soltanto mettere i nostri talenti al servizio di una causa nobile, anche se l’amore ci conduce sempre verso gli altri. E non consiste unicamente nello scegliere una forma di vita stabile, né nell’avvicinarsi al sacro come chi è stato scelto per occupare un posto speciale. Tutto questo può contenere semi di verità. Ma la vocazione cristiana nasce altrove: nasce da un incontro.
Gesù chiamò quelli che volle «perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Marco 3,13-14). Prima stare con Lui. Poi, essere inviati da Lui. La vocazione appare così come un movimento d’amore: Cristo ci viene incontro, ci chiama per nome, ci invita a rimanere con Lui e, a partire da questa intimità, ci invia verso gli altri. Per questo la vocazione non è un privilegio. È un dono. E i doni di Dio non sono mai fatti per essere custoditi gelosamente, ma per essere donati.
Forse per questo la domanda vocazionale più profonda non è «che cosa mi piace?», e neppure «che cosa posso fare?», ma: «perché proprio io, Signore?». È la domanda di chi scopre che la propria esistenza non è frutto del caso né una proprietà privata, ma una storia nella quale Dio ha voluto contare su di lui. La persona comincia allora a comprendersi come una coscienza convocata davanti a una Presenza: «Eccomi, Signore».
Una vita che ascolta
Ci sono molti modi di vivere senza ascoltare questa chiamata. Possiamo trasformare la vocazione in autorealizzazione e concentrarci sullo sviluppo delle nostre capacità fino a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati. Possiamo trasformarla in altruismo e trovare senso nell’aiutare gli altri. Possiamo intenderla come la scelta di una forma di vita — il matrimonio, la maternità o la paternità, la vita da single, la vita consacrata — che dia ordine alla nostra esistenza e la impegni in qualcosa di concreto. Possiamo persino viverla come una particolare vicinanza al sacro, come un rifugio capace di offrire sicurezza.
Ma tutti questi approcci, pur essendo preziosi, possono rivelarsi insufficienti. Perché la vocazione cristiana non comincia con una decisione, ma con una relazione. Non inizia chiedendosi che cosa devo fare, ma scoprendo di chi sono e chi seguo. Non consiste nell’inventare un progetto abbastanza grande da dare senso alla nostra vita, ma nell’accogliere un sogno che ci precede: il sogno di Dio su ciascuno dei suoi figli. E questo sogno non annulla la nostra libertà. Al contrario: la risveglia.
Rispondere alla vocazione pone dunque la persona davanti alla possibilità reale di dire sì all’invito di Gesù. Un sì che non nasce dalla paura né dall’obbligo, ma dall’amore. Un sì che non significa avere tutte le risposte, ma osare camminare con Colui che, poco a poco, le svelerà. Per questo la vocazione è anche pellegrinaggio: cercare per trovare e trovare per gioire. Il cuore umano rimane inquieto finché cerca ciò che possa colmarlo definitivamente. E la vocazione consiste, in buona parte, nell’imparare ad ascoltare questa inquietudine, non per soffocarla con delle sicurezze, ma per lasciare che diventi il desiderio forte che ci mette in cammino, sulla Via (cfr. Giovanni 14,6).
Un modo di amare
Ogni autentica vocazione cristiana finisce per diventare un modo di amare. Chi sa di essere profondamente amato impara, poco a poco, a vivere secondo la logica del dono. Non si domanda più soltanto che cosa possa ricevere dalla vita, ma che cosa possa donare. Non considera più le proprie capacità come possessi, ma come possibilità di servizio. Non considera più il tempo come qualcosa da sfruttare per sé, ma come un’opportunità per fare il bene. La vocazione è, allora, passione per Dio e passione per l’umanità.
Non esiste, infatti, un vero incontro con Cristo che non allarghi il cuore. Chi si avvicina a Gesù finisce per incontrare gli altri. Chi impara a guardare con gli occhi del Maestro scopre volti che prima passavano inosservati. Il povero, chi soffre, chi è solo, chi cerca un senso, chi ha bisogno di una parola di speranza smettono di essere «gli altri» e cominciano a far parte della propria storia. Così, la vocazione è per la missione.
Lo scopo della vita cristiana non è semplicemente la felicità… Non siamo chiamati soltanto a essere felici, ma a fare della nostra felicità un dono. Non riceviamo una vocazione per proteggere la nostra vita, ma per donarla. L’esistenza trova la sua pienezza quando smette di ruotare intorno a se stessa e diventa dono. Ed è qui che appare il meraviglioso paradosso del Vangelo: la vita si trova quando viene donata.
L’avventura di diventare ciò che siamo chiamati a essere
Forse è proprio per questo che rispondere alla vocazione è anche una delle forme più profonde di realizzazione personale. Ma non si tratta dell’autorealizzazione che consiste nel diventare ciò che noi stessi abbiamo progettato. Si tratta di qualcosa di molto più grande: diventare ciò che siamo chiamati a essere, così come Dio ci ha sognati. La vocazione non distrugge i nostri sogni; li purifica. Non disprezza i nostri desideri; li dilata. Non nega le nostre capacità; le pone al servizio di un orizzonte più grande che le fa crescere. Non ci ruba la vita; ci insegna per che cosa vale la pena viverla donandola.
Ogni persona porta nel profondo una verità che ha bisogno di emergere. C’è una terra interiore che deve essere coltivata, un seme che attende tempo, silenzio, pazienza e cura. Discernere la vocazione significa entrare in questa terra del cuore e ascoltare lì la voce di Dio. Per questo dobbiamo imparare a discernere. Non ogni desiderio è vocazione. Non ogni capacità è chiamata. Non ogni successo è fecondità. Non tutto ciò che ci attrae conduce alla vita.
Discernere significa chiedersi, davanti a Dio, quale cammino permetta alla nostra esistenza di essere più autentica, più libera e più donata; quale strada ci permetta di amare di più e meglio. E forse allora scopriremo qualcosa di sorprendente: la vocazione non ci porta lontano da noi stessi, ma più profondamente dentro di noi, fino a quel luogo in cui Dio ci attende.
Un’utopia possibile
In un mondo che invita a costruire la vita intorno al benessere, alla sicurezza e alla propria soddisfazione, la vocazione cristiana conserva qualcosa di scandaloso e di profetico. Afferma che la vita è più pienamente vita quando viene donata; che è ancora possibile impegnarsi per sempre; che esistono ancora uomini e donne capaci di dire che l’amore merita una scelta totale; che la vita può diventare un’esistenza completamente offerta; che ogni battezzato, ovunque si trovi, può vivere la propria vita come risposta all’amore di Dio. Tutto questo è profondamente utopico. Ma è l’utopia reale del Vangelo: credere che un altro modo di vivere sia possibile perché l’amore di Cristo può trasformare il cuore umano.
Le vocazioni specifiche non sono in competizione tra loro. Sono strade diverse per vivere un’unica vocazione fondamentale: la chiamata alla santità, all’amicizia con Cristo, all’amore e al servizio. Laico, sacerdote, consacrato, marito, moglie, padre, madre, celibe: dietro ogni cammino c’è la stessa avventura, quella di lasciare che Dio pronunci una parola sulla nostra esistenza e di rispondere nella libertà. Per questo la vocazione è, in definitiva, il meraviglioso accadere della vita cristiana; è lasciarsi raggiungere, ascoltare, scegliere, amare, servire, camminare. È lasciarsi accendere dal fuoco dello Spirito fino a diventare, poco a poco, fiamma per gli altri.
E forse, alla fine, scopriremo che quell’inquietudine che per tanto tempo abbiamo portato dentro di noi non era una ferita da chiudere, ma una chiamata da ascoltare. Perché Dio non chiama pochi perché abbiano una vita speciale. Chiama ciascuno a donare in modo unico la vita che ha ricevuto. La vocazione è questo: scoprire che la nostra vita ha un nome, un volto e una destinazione. E che questa destinazione comincia quando, davanti a Gesù, siamo capaci di dire con semplicità e con tremore: «Eccomi, Signore. Che cosa vuoi da me?». Allora comincia l’avventura…